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20 Febbraio 2007
Difficile fare il vigile. Ma se sei donna, lo è di più
di Delia Sebelin

Intervistate per la rivista Pòlis, due agenti di polizia locale di Bologna mettono in luce le difficoltà del loro mestiere e spiegano, con ironia e sagacia, le ragioni che le hanno indotte a scrivere il libro “Le vigilesse sono più cattive”.

Samantha Gamberini e Simonetta Moro hanno scritto, a quattro mani, il libro “Le vigilesse sono più cattive. Si sono basate sull’esperienza maturata durante gli anni in cui hanno prestato servizio come agenti presso il Reparto Sicurezza della polizia municipale di Bologna.

Dai racconti e dagli aneddoti riportati con sagacia nelle cento pagine de “Le vigilesse sono più cattive”, emerge un quadro verace di quello che significa essere agente in un Comune grande e ricco di problematiche come quello emiliano. Ma soprattutto, il volume, diventato realtà grazie al contributo di Lina delli Quadri, Presidente del Comitato Aziendale per le Pari Opportunità, mette in evidenza quanto può essere difficile svolgere determinati compiti se sei una donna.

“E’, in primis, il cittadino che ci tratta diversamente - spiega Samantha Gamberini
Se si rivolge ad un collega maschio, per esempio, lo chiama agente, se si rivolge ad una donna, la chiama, invece, signora. E questo si verifica sia quando il cittadino è maschio, sia quando e femmina”.

Il lato oscuro del mestiere

Le differenze, ovviamente, ci sono, visto che siamo biologicamente diversi. Ma spesso, si ritiene che per essere un buon poliziotto basti essere alto 1 metro e ottanta centimetri, essere forte e prestante (quindi, nell’immaginario collettivo, essere un uomo). “Certi interventi - sottolinea Simonetta Moro - , è effettivamente più appropriato farli svolgere ai colleghi. Ma questo non significa che non ci possano essere donne capaci di svolgere egregiamente i propri compiti”.

E nel libro si legge: “E’ innegabile che una donna che fa il mestiere di poliziotto, per farlo bene, specialmente nelle situazioni critiche, debba tirare fuori delle qualità considerate dalla nostra società più maschili che femminili, quali la grinta, il coraggio.
Ma proprio perché anche una donna dimostra di averle da qualche parte e le tira fuori, un mestiere come questo rende manifesto più che mai come tante differenze tra i sessi siano più legate ai ruoli che al determinismo biologico”.

Inoltre, spesso il cittadino non sa che per essere un buon agente occorre possedere prerogative considerate più femminili che maschili, come l’empatia, la pazienza, la disponibilità a mediare. “Qualità che ho avuto modo di riscontrare in tanti colleghi maschi”, dice la Gamberini.

L’importanza della formazione

E’ innegabile che sarebbe opportuno che le pattuglie che fanno servizio serale e notturno fossero miste, perché non di rado devono affrontare situazioni in cui la forza fisica è importante. Nel libro si racconta di un episodio in cui tre agenti donne vennero insultate, derise e picchiate. L’amarezza del fatto venne aggravata quando la stampa riportò l’evento intitolandolo “Tre donne in pattuglia”, come se la colpa fosse stata di essere donne. Ma se a essere picchiati fossero stati tre uomini, come avrebbe reagito
la stampa?

Purtroppo, spesso le “vigilesse” devono affrontare situazioni critiche, “cerchiamo di arrangiarci - spiega la Gamberini -, per esempio, chiamando in aiuto i colleghi”.

Affrontare i problemi legati al territorio sarebbe più semplice se venisse fatta dell’adeguata formazione, manca l’addestramento e mancano gli strumenti.
Ma non tutti i comuni possono, o vogliono, investirci. A Bologna, sono anni che la polizia locale è armata, ma ci sono solo due esercitazioni l’anno di tiro con la pistola,
da quaranta colpi ciascuna. Se un agente vuole fare ulteriori esercitazioni, deve pagare
di tasca propria.

 
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