08 gennaio 2007
Proviamo a riparlare di interprofessione cereali.
di Giorgio Stupazzoni
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Agli altalenanti, periodici fenomeni delle crisi o di produzione o di prezzo del settore cerealicolo, si ripetono le molteplici, e quasi sempre inconcludenti diagnosi: timori, pessimismo diffuso, preoccupazioni, auspici, raccomandazioni generiche, ripetizione di proposte mai sperimentate, rinvio a responsabilità di altri e via dicendo. |
Su questi argomenti numerosissimi sono stati gli interventi nei convegni, nella stampa e nelle normative pubbliche. Dalla legislazione sulle Organizzazioni dei Produttori fino al documento conclusivo di “GranItalia 2006” non sono mancati precisi stimoli all’operare in tal senso.
Ciò è tanto più emergente oggi, tempo nel quale le conseguenze della globalizzazione dei mercati, dell’ intreccio di legislazioni limitanti o addirittura configgenti, e della sempre maggiore richiesta da parte del consumo di criteri per la tracciabilità dei prodotti, per la loro risposta qualitativa, per la garanzia di genuinità e di salvaguardia della salute e del conseguente sempre maggiore benessere e qualità di vita, propongono e pretendono corresponsabili soluzioni comuni.
Vale la pena allora, senza analizzare ogni aspetto specifico dei vari problemi, di tentare qualche proiezione propositiva su un argomento che tutti dichiarano essere un importante pilastro di supporto al mercato, ma al quale non vengono dati oggettivi spazi di realizzazione . Si vuole qui riparlare dei rapporti “interprofessionali” fra le varie componenti della filiera cereali, filiera nella quale sono individuabili con precisione ruoli e responsabilità, interessi e problemi, possibilità e limiti operativi dei molteplici ed importanti interlocutori per un disegno strategico comune.
Non va dimenticato innanzitutto che sono da valutare i rapporti fra il potere politico, nelle sue fasi di strategia, di programmazione, di legislazione e di intervento, con quelli dei comparti economici nelle sue varie e legittime componenti ed interessi, nonché quelli del consumo, che rimane il vero settore regolatore dei flussi produttivi, dei meccanismi promozionali, delle modalità dei consumi, della individuazione di esigenze, gusti e mode che sarebbe veramente colpevole continuare ad ignorare.
Come si è detto, non possono qui essere esaminati tutti gli aspetti di confronto e di possibile soluzione. Non possono però essere dimenticati alcuni macro-fenomeni che da sempre sono verificabili nei fatti: insufficiente capacità dei produttori agricoli di rinunciare alla propria autonomia produttiva, influenzata soltanto in parte dalle condizioni ambientali o dalle politiche di intervento europee; nessun peso del produttore agricolo nelle fasi successive alla produzione ed esterne alla sua azienda; mancanza di studi condivisi a largo raggio per le fasi di programmazione, produzione, mercato, trasformazione e consumo delle produzioni; mancanza di effettive politiche di aggregazione dell’offerta, a causa della insufficiente attività delle O.P. (quasi esclusivamente funzionanti in Emilia Romagna) come strumenti del complessivo processo della produzione e della commercializzazione dei prodotti; responsabilità precisa dei settori commerciali e della trasformazione industriale, che conta sulla deperibilità dei prodotti agricoli e sulla loro più facile e più economica reperibilità sui mercati internazionali; la comprimibilità dei prezzi alla produzione e la sempre crescente insufficienza reddituale del produttore agricolo; perenni rinvii ad un “dopo” sempre indeterminato, con interventi solo sull’emergenza e con mancanza di graduali processi per nuove scelte produttive e nuove modalità contrattuali e di rapporti.
Se questa è la situazione, qui espressa soltanto in termini essenziali e certo non esaustivi, è giusto continuare a sostenere l’esigenza di un vero discorso “interprofessionale” che molti dichiarano di condividere, ma che tante orecchie non vogliono invece sentire?
A cosa può effettivamente servire e con quali strumenti si possono ottenere risultati significativi e utili su più vasti orizzonti?
Un tavolo, una organizzazione, un sistema o un qualunque altro processo interprofessionale, può sicuramente essere utile per l’esame dei problemi generali, specifici ed interconnessi, di quelli contrastanti fra le componenti di filiera, e di quelli armonizzabili o almeno suscettibili di soluzioni parziali.
Tutto questo può determinare la definizione di programmi di produzione compatibili con il mercato; consentire il controllo quali-quantitativo delle produzioni stesse, la messa a punto di criteri comuni di valutazione dei fenomeni economici, la definizione di strumenti utili alle contrattazioni (convenzioni , accordi, contratti, ecc.); determinare rapporti “forti” all’interno della filiera, affinché la stessa possa diventare concreta interlocutrice del potere p olitico e legislativo per la fase di proposta e di ottenimento dei processi legislativi e normativi che i singoli segmenti non potrebbero in alcun modo perseguire da soli.
E’ evidente che tutto questo può avvenire in presenza di adatti strumenti operativi:
- innanzitutto una precisa volontà delle componenti la filiera di approdare a sforzi e soluzioni comuni, superando, o quantomeno progressivamente correggendo, le proposizioni unilaterali e corporative dei singoli comparti;
- una capacità programmatoria comune alle componenti della filiera per produrre ciò che serve alla filiera stessa con particolare attenzione alle produzioni interne del nostro Paese;
- la predisposizione, la nascita, lo sviluppo ed il consolidamento di opportuni organismi, di organizzazioni dei produttori, di consorzi, di società, ecc. per l’aggregazione dell’offerta (contratti, strutture logistiche e di stoccaggio, e così via) per il miglioramento delle tecniche colturali, per l’utilizzo di mezzi tecnici di avanguardia, per affrontare nuovi settori produttivi quali quelli dell’energia, per la qualificazione sempre più alta dei prodotti, attraverso più definiti e condivisi parametri di giudizio;
- il progressivo adattamento delle regole commerciali fra le parti, per la definizione degli opportuni accordi contrattuali;
- una serie di supporti legislativi e normativi, nazionali e locali, adatti e capaci di promuovere le organizzazioni citate;
- il necessario, preciso e continuato appoggio allo sforzo comune di filiera delle organizzazioni sindacali e professionali dei vari settori, senza il quale contributo ogni altro sforzo sarebbe assolutamente sterile.
Questa estrema sintesi su alcuni aspetti di un problema cruciale per la produzione italiana di cereali vuole soltanto essere una ulteriore provocazione al dibattito, all’avvio di qualche progetto comune, alla luce della valutazione pragmatica che non si può fare tutto, né tutto in una volta, né tutto al meglio e che è però necessario armonizzare gli sforzi per perseguire comunque i necessari progressi nel tempo e nelle cose .
Se le varie componenti della filiera cerealicola italiana vorranno davvero farsi carico degli indispensabili momenti di autogoverno, autogravandosi - ognuna per il proprio peso e tipologia delle risorse - degli oneri dei processi evolutivi dell’intera filiera, essa potrà davvero diventare protagonista della evoluzione, delle proposte, e specialmente della attuazione delle scelte comuni e conseguentemente raggiungere i concreti e duraturi risultati che tutti si attendono da tanto tempo.
Pubblicato su Molini d'Italia - Gennaio 2007
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