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Accedere a due mercati importanti come quello dei fedeli musulmani e
degli ebrei. È l'obiettivo che ha spinto alcuni pastifici italiani a
ottenere, per i loro prodotti, le certificazioni religiose halal e
kosher. Le prime, si rivolgono ai consumatori musulmani mentre le
seconde, ai fedeli di religione ebraica.
In un momento di congiuntura come quello che stiamo vivendo,
l'industria raccoglie dunque la sfida e decide di conquistare la
fiducia di nuovi, potenziali clienti.
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Da Agnesi a Barilla, da Buitoni a
De Cecco passando per Pastificio Andalini, La Molisana e Pasta Zara:
tutte certificate kosher. Ora si è aggiunta anche Granoro, che ha
ottenuto il via libera pure per la produzione halal. Due attestazioni
che si rifanno, con il loro significato, al mondo religioso.
«Vogliamo affermarci - ammette Michele Dell'Aquila, responsabile
ufficio esteri di Granoro - come il marchio di riferimento della pasta
di semola di grano duro e all'uovo made in Italy dei consumatori di
fede ebraica e musulmana, osservanti inclusi». È questa la scommessa
che ha spinto il pastificio pugliese a dotarsi delle certificazioni
halal e kosher. E aggiunge: «Mentre la prima è già relativamente
diffusa nel nostro settore, quella halal è un po' una novità. Se non
siamo l'unico pastificio ad averla ottenuta finora in Italia, ci
andiamo vicino». Ma sottolinea: «Lungi da noi sfruttare queste nuove
certificazioni per alzare i prezzi. Ci aspettiamo piuttosto di poter
consolidare la nostra posizione competitiva nei mercati dove vivono
importanti comunità musulmane ed ebraiche e in nuovi mercati del Medio
Oriente. Insomma, potrebbe essere un'opportunità per proporsi ad una
parco di potenziali consumatori che mangiano cibi rigorosamente kosher
o halal, e che sino a ieri non avrebbero mai acquistato i nostri
prodotti, consumatori più "ortodossi", che vogliono rispettare le
regole della propria religione consumando rigorosamente prodotti
certificati».
Potenzialità di business
La scelta di Granoro di guadagnarsi il placet per i consumatori di fede
musulmana è basata su accurati studi di mercato. La comunità islamica,
a livello mondiale, raggiunge oggi quasi i 2 miliardi di persone, un
numero che si presenta ancora in crescita. Secondo le statistiche più
recenti, in Europa la presenza dei musulmani ha superato i 50 milioni
di fedeli e il vecchio continente ha sopravanzato, in percentuale, sia
il Nord e il Sud America, sia i Paesi del Pacifico. Con questi numeri e
la crescita del reddito disponibile, cresce anche la domanda per
alimenti che rispettino le norme coraniche, costituiti essenzialmente
dai prodotti alimentari halal, vale a dire "leciti" da un punto di
vista religioso. Finora questa domanda è stata per lo più soddisfatta
attraverso le importazioni dai Paesi islamici, con un settore
agroalimentare europeo, e in particolare italiano, sostanzialmente
indifferente.
Ad oggi, secondo gli esperti, il commercio internazionale di prodotti
alimentari halal è ancora limitato a meno del 10% della sua dimensione
potenziale. «Il mercato dei prodotti alimentari a certificazione
islamica, sul piano nazionale, è stimato attualmente intorno ai 5
miliardi di euro (50 in Europa)», precisa Ibrahim Ahmad, amministratore
di Halal Global, organismo di controllo e certificazione che si occupa
di fornire l'attestazione di prodotto halal sia per l'Italia, sia per
l'estero.
Dati alla mano, il vecchio continente importa 20 miliardi di prodotti
certificati halal (che non riguardano solo il cibo ma anche la cosmesi
e la farmaceutica) con trend di crescita a doppia cifra. Una domanda
quindi in prospettiva molto interessante. Questa richiesta può trovare
risposta in molte produzioni made in Italy, anche perché «come in tutto
il resto del mondo - sottolinea Ahmad - il prodotto halal è scelto non
solo dal consumatore musulmano». Secondo recenti studi, infatti, anche
coloro che pongono particolare attenzione nella scelta dei cibi
ripongono maggior fiducia nei prodotti a certificazione islamica. E
così, gli alimenti halal, come quelli kosher, finiscono per conquistare
«un target più ampio, non necessariamente legato a un credo religioso»,
conferma Dell'Aquila. «Perché entrambe le certificazioni richiamano in
maniera inequivocabile la parola "purezza" e vengono associate all'idea
di controlli severi e di igiene; i prodotti, quindi, offrono ampie
garanzie sia per consumatori ebraici e musulmani, sia per i buongustai
in generale».
La pasta "lecita"
I cibi halal, nel credo musulmano, alla continua ricerca della
perfezione, simboleggiano la purezza del cibo, elemento necessario per
nutrire in maniera lecita l'anima dei praticanti. La certificazione
halal garantisce che il prodotto segua i dettami della religione
musulmana in tutte le fasi della produzione, del confezionamento e
della distribuzione. Il consumatore, musulmano e non, può avere così la
certezza che ciò che acquista, garantito halal, rispetti i dettami
della Shari'a e cioè della religione (Corano, Hadith, Fatwe) e della
giurisprudenza islamica.
Halal in lingua araba vuol dire "lecito", "permesso", infatti i cibi e
i relativi cicli produttivi devono essere controllati per assicurare
che non siano presenti sostanze non halal quali, ad esempio, parti del
maiale o alcool. «Una pasta halal - spiega Ahmad - è una pasta che è
stata prodotta seguendo le regole religiose islamiche in materia di
alimentazione. In particolare, la religione musulmana vieta ai suoi
fedeli di consumare maiale e derivati, alcool e carne di animali che
non siano stati uccisi secondo un determinato rituale. La pasta halal
non potrà dunque contenere, nei ripieni per esempio, materie prime
derivanti dal maiale. Esistono poi dei divieti anche per alcuni
coloranti o conservanti di origine animale». Ma come può un pastificio
ottenere questa certificazione? La domanda di pasta, infatti, sta
diventando sempre più importante nell'alimentazione islamica: «Sia i
musulmani italiani che quelli stranieri - conferma Ahmad - oggi la
mangiano volentieri». Calcolando poi che «una famiglia musulmana spende
circa il 30% del proprio reddito per l'alimentazione, è facile capire
come la pasta, fonte proteica nobile e salutare e allo stesso tempo di
costo contenuto, ricopra oggi un ruolo di primo piano
nell'alimentazione del musulmano».
Come per l'attestazione kosher, anche quella halal «si occupa
dell'intera filiera - chiarisce Ahmad - dalle materie prime alla
produzione, fino al packaging e alla distribuzione. Occorre infatti
controllare che le materie prime siano a loro volta halal e che,
durante la produzione, il prodotto non venga a contatto con prodotti
che, non essendo halal, potrebbero contaminarlo. Non devono perciò
essere utilizzate, ad esempio, macchine all'interno delle quali siano
passati degli alimenti non halal, oppure occorre sanificare (attraverso
una semplice pulizia approfondita) tali macchine prima del loro
utilizzo per la produzione halal».
Tecnica e simbologia
Ma non è solo una questione di adattamenti tecnici delle procedure e
delle linee produttive. Per accostarsi in modo vincente al mercato dei
prodotti halal e kosher, occorre maturare una sensibilità nei confronti
di quelle prescrizioni di carattere religioso che musulmani ed ebrei
sono tenuti a seguire e che hanno anche un importante valore simbolico.
Per questo organismi di certificazione come Halal Global o il Consiglio
d'Europa per l'halal alimentare (Hfce), con cui ha ottenuto
l'attestazione Granoro, offrono al produttore che intenda certificarsi
halal una consulenza religiosa, oltre che scientifica e tecnica.
Costi
Quanto costa ricevere l'attestazione halal o kosher? Per Granoro, che
ha già ottenuto diverse certificazioni (può fregiarsi di quella
ambientale Iso 14001 e per la sicurezza alimentare Iso 22000, dell'Icea
e della Nop per il biologico e ancora delle Brc e dell'Ifs per
l'export), il conseguimento degli attestati di rispetto delle norme
kosher e halal non ha richiesto variazione alcuna dei processi
produttivi «e anche per questo i prezzi della nostra pasta sono rimasti
invariati», precisa Dell'Aquila. Per il pastificio è bastato accettare
di sottoporsi ai controlli periodici e a sorpresa degli incaricati
delle due religioni «a dimostrazione di tutta la bontà della nostra
filiera produttiva, capace di poter soddisfare anche le richieste più
esigenti».
La pasta "pura"
Come per i cibi halal, anche per quelli kosher la domanda è molto
interessante. Dalla sede italiana dell'ente di certificazione Usa che
ha dato l'attestazione kosher a Granoro, spiegano che «quello del
kosher è un segmento di mercato che nel mondo vale 150 miliardi di
dollari. Ogni anno 2500 nuovi prodotti diventano kosher».
Kosher significa "valido, adatto, buono" ed è un termine impiegato per
definire cibi preparati in conformità con le regole alimentari
ebraiche. Queste, affondano le loro radici nella Bibbia e nel rispetto
delle leggi della Torah. Tutti i cibi kosher devono essere preparati
con ingredienti kosher, e con impianti e macchinari kosher. Solo così
possono essere consumati dagli ebrei osservanti. La
certificazione si ottiene a seguito di un iter di controllo da parte di
un ente rabbinico specializzato, che supervisiona la produzione per
garantire la conformità alle regole ebraiche. Il loro rispetto è
verificato periodicamente, e la certificazione (che ha una scadenza e
va periodicamente ripetuta) può essere revocata in qualsiasi momento.
Sono norme rigidissime («le modalità di certificazione kosher sono più
complicate di quelle per la certificazione Halal», ammette Ibrahim
Ahmad) e costituiscono una tutela per tutti i consumatori,
indipendentemente dalla religione. «È proprio per questo - spiega
Dell'Aquila - che con gli anni la certificazione kosher è divenuta un
marchio di qualità riconosciuto in tutto il mondo. In alcuni Paesi come
l'America, infatti, i maggiori consumatori di prodotti kosher non sono
ebrei, ma persone di qualsiasi religione che ricercano in tale marchio
una garanzia di qualità e genuinità».
Marketing
Al momento, sui pacchi di pasta Granoro non è riportato nessun simbolo
delle due certificazioni, «per pure esigenze commerciali - chiarisce
Dell'Aquila - e per non urtare la sensibilità di qualche consumatore».
Tuttavia, il pastificio ha dato «piena notizia ai partner commerciali,
fornendo loro copia dei certificati ottenuti, in modo che possano
eventualmente farli visionare ai clienti finali qualora dovessero
riceverne la richiesta».
Delia Sebelin
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