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"Sui rincari delle materie prime è stata effettuata una campagna
di disinformazione. Pochi sanno che i redditi dei molini sono scesi
anche del 3%".
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Intervista di Luca Borghi
Signor Ministro, l’ondata dei rincari delle materie prime, cereali in testa, ha scatenato una reazione a catena che ha portato all’impennata dei listini dei prodotti finiti. Sotto accusa c’è tutta la filiera: c’è, addirittura, chi accusa l’industria di aver speculato. Qual è il suo punto di vista?
“È sbagliato accusare un attore della filiera in particolare dell’impennata dei prezzi, che è legata a una congiuntura europea e addirittura mondiale. Ma non possiamo assecondare le imposizioni delle grandi cordate economiche e finanziarie. La politica europea, poi, ha fallito. Si è continuato a ragionare in termini di eccedenze quando, invece, dobbiamo confrontarci con le carenze. È arrivato il momento di riportare al centro della Politica Agricola europea la produzione. Noi sosteniamo la proposta della rintracciabilità dei prezzi, circa le dinamiche di formazione dei prezzi al consumo dei prodotti agroalimentari, anche e soprattutto in considerazione della volatilità di tali prezzi e delle recenti tendenze all’aumento. Quindi: prezzi trasparenti, corretto rapporto qualità-prezzo, gestione razionale della spesa alimentare in relazione agli effettivi contenuti qualitativi e nutrizionali dei prodotti”.
Parliamo di agricoltura. In più occasioni, ha sottolineato l’importanza del settore agricolo che deve, però, recuperare produttività per essere competitivo a livello europeo. Ma la PAC e le scelte dell’Unione europea, fino ad oggi, non hanno contribuito a fare questo salto di qualità. Cosa pensa dell’health check della Riforma? Quali sono le proposte dell’Italia?
“Nel dibattito comunitario dovrà pesare il cambiamento verificatosi nel mercato mondiale. Oggi sappiamo che è finita l’illusione di approvvigionarsi di prodotti agricoli a basso costo e dobbiamo tornare a proporci l’obiettivo di produrre un volume adeguato di derrate, in Europa ed in Italia. E per raggiungere questo risultato dobbiamo tornare a considerare l’agricoltore come un soggetto economico e non come il custode del territorio. Su questa linea mi sto muovendo a Bruxelles e sono convinto che queste posizioni stiano ottenendo buoni risultati.
Un altro problema è l’evoluzione degli scambi negli ultimi anni che ci ha dimostrato che non si può continuare a ridurre la protezione tariffaria se non ci sono regole di produzione simili nei differenti Paesi. I produttori europei sono soggetti a normerigorose, in materia di protezione dell’ambiente, di sicurezza alimentare, d’impiego della manodopera. Non è giusto che debbano competere con imprese di Paesi terzi che operano in totale assenza di regole. Il libero mercato è positivo quando le regole sono uguali per tutti”.
Crede che l’agricoltura italiana possa essere competitiva sui mercati globali?
E in che modo?
“Per fare ripartire il comparto agroalimentare dobbiamo riportare la produzione al centro dell’economia, riscoprendo la nostra vocazione agricola. L’Europa deve cambiare linea politica: finora ha ragionato in termini di eccedenze, puntando sulle importazioni di derrate alimentari dei Paesi in via di sviluppo. Ma ora è arrivato il momento d’invertire la rotta. E, per far questo, dobbiamo puntare sui nostri prodotti di qualità, legandoli sempre più al territorio. Altrimenti, si corre il rischio di consegnare la nostra agricoltura alla globalizzazione e, quindi, alle multinazionali. Grazie anche alla nostra linea di fermezza abbiamo ottenuto l’esclusione del riso dall’elenco dei prodotti tropicali. Diversamente, le conseguenze per l’agricoltura sarebbero state pesantissime: togliere i dazi sul riso, portandoli dagli attuali 170 euro a tonnellata a zero, avrebbe significato cancellare le nostre risaie del Nord. Ma anche altri nostri prodotti avrebbero corso il rischio di scomparire dalle nostre tavole. Difendere le nostre tipicità locali non significa solo difendere il patrimonio e l’economia di una comunità o di un piccolo territorio, ma la storia e l’economia dell’intero Paese”.
Dai campi alla tavola. La filiera della pasta è quella che sta dando i migliori trend in termini di fatturato e di export. Eppure, nonostante rimanga uno degli alimenti più alla portata di tutti, l’industria è sotto accusa. Il caro-pasta è uno slogan o un’effettiva piaga da combattere?
“Contro i rincari delle materi prime è stata effettuata una campagna di disinformazione. L’aumento delle materie prime è un dato di fatto, ma i prezzi stanno scendendo negli ultimi mesi. I costi sono dovuti a diversi fattori, tra cui l’aumento dei trasporti, dell’energia e dei salari del personale. Incidono, inoltre, la mancanza di contributi comunitari e l’annullamento dei dazi alla frontiera. Per far fronte a questa emergenza, stiamo preparando il Piano cerealicolo tra dicembre e gennaio 2009. Si tratta del primo provvedimento di riforma del settore, dopo 50 anni. I principali obiettivi? Incrementare il nostro sistema produttivo di qualità; promuovere le relazioni tra i vari attori della filiera; perfezionare la ricerca al miglioramento genetico tradizionale e alla riduzione dell’impatto ambientale; valorizzare i prodotti tipici e migliorare la logistica”.
Il Garante dei prezzi ha annunciato una vera e propria campagna di controllo sulla filiera, per evitare azioni speculative. Come mai questo inasprimento contro la filiera dei cereali, quando ci sono anche altri settori (vedi quello delle carni e del lattiero-caseario) che hanno innalzato i listini senza ripercussioni a livello mediatico?
“Il pane e la pasta rappresentano i beni primari per eccellenza nell’immaginario collettivo. Sono i molini a trovarsi in maggiore difficoltà, mentre i redditi dei pastai sono a più 2, più 3% rispetto all’anno precedente. Secondo i dati medi del Rapporto 2007 di Confindustria, quello dei molini è sceso a meno 2, meno 3%. È vero, quindi, che il costo di pane e pasta sono aumentati, ma bisognerebbe vedere quanto incide complessivamente sui costi del bilancio famigliare. In ogni caso, gli attacchi mediatici comportano solo il rischio di far irrigidire le posizioni tra i vari attori della filiera”.
Quali sono le sue principali linee guida di mandato?
“Riteniamo prioritaria la difesa della sicurezza dei nostri cittadini, rafforzando il nostro sistema di controlli. La mia politica sarà improntata sulla tolleranza zero. Che significa regole certe, controlli severi e punizioni per chi sbaglia. Salvaguardare i nostri prodotti agroalimentari di qualità significa riportare al centro la produzione agricola, rilanciando il nostro Made in Italy. Il nostro sforzo deve essere quello di centrare l’obiettivo della qualità e della promozione delle nostre produzioni, legandole sempre di più al territorio. La nostra battaglia per difendere le denominazioni è la strada migliore per difendere la nostra agricoltura di qualità. E legare la via di sviluppo al territorio significa attuare il federalismo: le Regioni diventano le prime protagoniste del Governo locale, avranno voce e potere per affermare la propria volontà e rispondere alle esigenze di chi li abita. Il lavoro dei campi, come ad esempio anche l’artigianato, e la tutela dei prodotti tipici hanno sempre più bisogno di una pianificazione dal basso collegata alle reali vocazioni, attitudini e tradizioni del territorio”.
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