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21 Maggio 2008
Troppe informazioni disorientano il consumatore
dalla rivista Pasta&Pastai di Marco Ghelfi
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L’Ue ha reso operativo il nuovo regolamento in materia
di etichettatura. Abbiamo intervistato i pastai per scoprire quanto
costa adeguarsi alle norme.
“Spendiamo soldi e certifichiamo i prodotti, ma non è così che si tutela l’acquirente”.
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Uniformare la situazione comunitaria e semplificare la vita ai consumatori, attraverso informazioni chiare e comprensibili. Questi gli obiettivi della nuova normativa sulle etichette dei prodotti alimentari adottata lo scorso 30 gennaio dalla Commissione europea, che ha reso operativo un progetto di regolamento concertato con i rappresentanti delle principali Associazioni di consumatori e del settore agroalimentare.
Etichette & informazioni
Un’iniziativa ad ampio spettro, che coinvolge anche il mondo della pasta. Fra le novità più rilevanti l’obbligo di dettagliare in etichetta le principali caratteristiche nutrizionali
del prodotto (in particolare l’apporto energetico, il tenore in grassi e grassi saturi,
i carboidrati con riferimento al contenuto in zuccheri, il sale per porzione o per 100 ml/g
di prodotto e ancora la proporzione di tali elementi rispetto ai consumi di riferimento), l’eventuale presenza di ingredienti allergeni - punto esteso non solo ai generi confezionati, ma anche a quelli venduti sfusi e serviti nei ristoranti - e ancora la
dose giornaliera raccomandata, a sensibilizzazione del problema dell’obesità. Il tutto da indicare in maniera leggibile e non equivoca, con scritte di dimensioni non inferiori ai 3 millimetri e utilizzando colori che ben le distinguano dallo sfondo della confezione. Anche nei casi di rapporti commerciali a distanza.
La Commissione ha, inoltre, definito quel “campo visivo principale” destinato a contenere tali informazioni, oltre a ribadire in capo ai Paesi membri la possibilità di decidere eventuali ed ulteriori indicazioni obbligatorie con riferimento a particolari prodotti, sempre che non contrastino con quelle comunitarie.
L’origine dei prodotti
Piuttosto discutibile rimane, invece, la scelta sull’indicazione dell’origine dei prodotti agricoli contenuti negli alimenti, confermata come atto facoltativo (che diventa obbligatorio solo in presenza di situazioni specifiche e particolari, per di più da valutarsi caso per caso): l’impressione a tal proposito è quella di un’occasione persa per rendere davvero tale quella trasparenza che ha guidato la riforma, di cui la provenienza geografica
delle materie prime sembrerebbe, a ben guardare,un punto imprescindibile. Su quanto deciso a Bruxelles abbiamo tastato il terreno con alcuni pastifici, per capire se le novità
introdotte fossero ritenute effettivamente utili per il consumatore e in che misura l’etichettatura, anche a livello di consulenza normativa, incide sui costi di produzione.
Tutti d’accordo sulla necessità di chiarezza, diversi i pareri sul come renderla effettiva,
se è vero che il problema spesso percepito da chi la pasta la fa sembra essere la poca conoscenza del prodotto da parte di chi, invece, si trova a comprarla.
La parola ai pastai
“Ritengo importante il lavoro di informazione sul consumatore, ma non sono del tutto convinto che l’etichetta rappresenti la maniera più efficace per ottenere risultati. Occorrerebbe più che altro maggiore conoscenza di ciò che si legge - a parlare è Silvio Carta, del pastificio Artinpasta di Nuoro -.Una distinzione da mettere in evidenza credo sia,
ad esempio, quella fra chi utilizza materie prime integre e chi, invece, e parliamo di realtà di grandi dimensioni, le trasforma all’interno del pastificio.
Per quanto riguarda i costi, è chiaro che per un piccolo laboratorio come il nostro, specializzato in paste ripiene i cui ingredienti possono variare a seconda del periodo dell’anno, la creazione di etichette di volta in volta diverse finirebbe con l’avere un’incidenza non indifferente, anche per la necessità di appoggiarsi a consulenti esterni”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Emanuele Attanasio, Direttore commerciale de Il Pastaio di Villafranca, in provincia di Verona: “Al di là di quanto scritto in etichetta, credo che
il problema stia nella mancanza di chiarezza nel consumatore finale. Come pastificio noi portiamo avanti tutti i processi di certificazione, diciamo che siamo tecnicamente orientati verso la tutela del cliente. Sulle etichette si ritrova una mole di informazioni piuttosto pesante. É giusto fornire elementi per una corretta conoscenza, ma ancor più importante
sarebbe educare il consumatore al loro significato, senza confonderlo.
Stare dietro a tutti questi elementi rappresenta un costo non indifferente.
La nostra scelta è stata quella di assumere una persona che segue tutti gli aspetti legali, diciamo un investimento”. Per agevolare questo momento di conoscenza, c’è anche chi pensa a qualcosa di più diretto e intuitivo, come ad esempio dei piccoli simboli da apporre sulla confezione. “Personalmente non reputo utile l’inserimento in etichetta di tante
informazioni, per lo meno in questa maniera - ci dice Maurizio Luinetti del pastificio Pigi di
Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo -. Sarebbe più interessante pensare a qualcosa di intuitivo ed immediato per il consumatore, come ad esempio simboli e disegni che richiamino gli ingredienti. A livello di costi, non credo che per noi cambierà più di tanto anche perché, dalle materie prime alle stesse consulenze normative, è già tutto aumentato”. L’orientamento generale è di consenso nei confronti di tutte quelle iniziative che, anche a livello di singola azienda, siano in grado di rendere effettivi una corretta informazione e un acquisto consapevole. “Già da diversi anni il nostro pastificio ha adottato la linea della trasparenza, scegliendo di indicare in etichetta quante più informazioni possibili - spiega Dino Martelli del Pastificio Tradizionale Famiglia Martelli di Lari, poco lontano da Pisa -
Fra queste anche il molino da cui provengono le farine che utilizziamo, credo che siamo fra i pochi che lo fanno. Per quanto riguarda i costi dell’etichettatura devo dire che per noi sono piuttosto bassi rispetto a quelli totali”.
Sempre dal pisano ecco Virgilio Casentini, titolare del Pastificio Jolly di Pontasserchio:
“Il nostro è un laboratorio piccolo, dove etichette e imbustamento sono fatti direttamente da noi.Per l’aggiornamento normativo, la scelta è stataper forza di cose esterna, ma a dire il vero
i costi,etichettatura compresa, non incidono eccessivamentesul totale.
Inserire dati e informazioni sullaconfezione lo ritengo una cosa giusta ed utile”.
Gli fa eco Amalia Perillo, dell’omonimo laboratorio di Salerno: “Noi produciamo solo pasta
fresca che vendiamo a banco, per cui ovviamente non abbiamo problemi legati a confezionamento e relativi costi. Per quanto riguarda la nuova normativa ritengo giusta la sua introduzione, perché è necessario garantire a chi acquista quanta più chiarezza e trasparenza possibile attraverso scritte e informazioni, anche se inizialmente la cosa può spiazzare”. Di largo respiro l’analisi dell’argomento effettuata da Valter Fontana, Amministratore delegato della Italgnocchi srl di Correggio, in provincia di Reggio Emilia: “Per il supporto normativo ci appoggiamo ad un soggetto esterno, un avvocato qualificato.
Ogni anno realizziamo, inoltre, dei corsi di aggiornamento in materia che coinvolgono una decina di nostri dipendenti. Il tutto ha ovviamente un costo complessivo piuttosto significativo, ancorché necessario, a cui si aggiungono quelli delle varie procedure di certificazione qualitativa. Quella introdotta a livello comunitario ritengo sia una buona Legge perché si è impegnata a fare chiarezza, anche se ovviamente tutto è migliorabile e, anche in questo caso, esiste margine per farlo. In molti casi, e parlo in generale, ci sono regole interpretabili in maniera differente.
Il consumatore si può così trovare di fronte a prodotti in regola che danno, però, informazioni utilizzando parametri diversi, e ciò non lo aiuta di certo: la sua consapevolezza è senza dubbio cresciuta in questi anni, ma fornire troppi input può
in certi casi creare confusione. Un problema credo risieda anche nella mancanza di un “sistema Paese” a livello nazionale, con la voglia di migliorare le direttive comunitarie
che finiscono spesso per creare limiti e vincoli maggiori rispetto agli altri Paesi europei”.
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