 |
Per sconfiggere la criminalità ci vuole interazione
|
Il presidente dell’Associazione professionale polizia locale d’Italia,
Luciano Mattarelli, spiega come organizzare la cooperazione tra le forze dell’ordine.
“E’ necessario interagire, nel rispetto dei propri ruoli.”
|
Con l’avvento del pacchetto sicurezza (prima fase di adeguamento all’Europa anche per quanto riguarda il sistema di polizia italiano) finalmente si è iniziato a dar corso a ciò che la Corte costituzionale enunciò già nel 1956: la divisione delle materie (e quindi delle competenze primarie) dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica.
Fino ad oggi si è sempre accomunato le due cose con la frase “ordine e sicurezza pubblica”, come fosse un’unica materia e di competenza (unica) dello Stato. La Consulta definisce “ordine pubblico“ la situazione in cui sia assicurato a tutti il pacifico esercizio dei diritti costituzionali, è l’ordinato vivere civile, meta di uno Stato libero e democratico.
La stessa Corte definisce invece “pubblica sicurezza” come “un concetto più ristretto del precedente, teso alla salvaguardia della incolumità e la integrità fisica, morale e patrimoniale dei singoli cittadini”.
In sintesi l’ordine pubblico garantisce i diritti costituzionali (lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, tutela della Costituzione e dello Stato democratico) mentre la sicurezza pubblica garantisce l’esercizio dei diritti ai singoli cittadini.
Alla luce di quanto precede quindi emerge chiaramente che la tutela dell’ordine pubblico spetta allo Stato, mentre la tutela della sicurezza pubblica spetta agli EE.LL., da garantire ognuno con le proprie organizzazioni di polizia.
Il pacchetto sicurezza quindi è un primo passo in tal senso, che dovrà portare a breve a completamento della riforma del sistema organizzativo di polizia italiano. Punto cardine e principale di questa riforma è la riforma della Locale.
La riforma
A tal proposito ecco la proposta dell’Anvu, l’Associazione professionale polizia locale d’Italia.
Non c’è da inventare nulla, basta prendere esempio dalle altre nazioni per avere un analogo ed efficiente (e soprattutto efficace) sistema di sicurezza anche in Italia.
L’Anvu ha in mente più modelli organizzativi. Innanzi tutto bisogna distinguere i modelli delle grandi città da quelle medie, fino a quelle piccole realtà che in Italia sono tante. Per prima cosa bisogna che il Parlamento, a fronte degli aumenti degli organici delle forze di polizia dello Stato, consenta (e per questo specifico progetto, perché no, contribuisca anche finanziariamente) agli Enti Locali lo sblocco delle assunzioni per le forze di polizia locale.
Per le grandi città il modello organizzativo-integrativo dovrebbe prevedere (immaginiamolo come un palazzo) un piano terra di vigilanza che si occupi di traffico e viabilità, del controllo dei regolamenti locali per il corretto vivere civile, delle segnalazioni dei disagi creati dai disservizi. Questo servizio può essere garantito, anche singolarmente, da soggetti in uniforme, non armati e senza qualifica di polizia giudiziaria. Visto che questi soggetti andrebbero a svolgere attività di vigilanza e non di polizia, potremmo chiamarli per comodità, vigili. Se questi vigili si imbattono in attività che richiedono l’intervento di polizia di primo livello, faranno intervenire il livello del primo piano – per continuare la similitudine con la palazzina - rappresentato dalle pattuglie di polizia locale. Queste interviengono per i servizi di polizia stradale sul controllo delle norme di comportamento (velocità pericolose, sorpassi pericolosi, controllo dei motorini truccati, dei veicoli inquinanti e rumorosi, dei veicoli non revisionati, ecc.), sul rilevamento e prevenzione sinistri stradali e sull’educazione stradale.
La polizia locale svolge poi controlli di polizia amministrativa (tutela del consumatore, controllo dei venditori abusivi, dei pubblici esercizi, del commercio, dei pubblici trattenimenti), interviene per le attività specialistiche di polizia giudiziaria edilizia (inquinamento, ambiente, rumori, sanità, ecologia) e agisce in caso di reati di di primo livello (scippi, stupri, furti, truffe, primo livello di spaccio di stupefacenti, molestie varie, microcriminalità e sicurezza locale in genere, come già di fatto avviene nell’attualità). Questo livello di primo piano (e quindi di primo intervento) a sua volta fa intervenire il livello di secondo piano (le forze di polizia di Stato) quando il reato o il problema assume rilevanza di maggior allarme sociale (criminalità organizzata, terrorismo, stragi, bande armate, ordine pubblico) collaborando, a richiesta, con quest’ultimi nella fase investigativa e/o operativa, in base alle proprie possibilità.
Per i centri minori, questo sistema verrebbe applicato con le dovute proporzionalità, fino a quei centri di piccolissime dimensioni, ove l’unico presidio di polizia di primo intervento è la polizia locale, che a tal punto dovrebbe, ope legis, essere unificata per lo svolgimento del servizio sulla giurisdizione territoriale di più comuni ed in coordinamento con la polizia locale delle province.
Questo, a nostro avviso, dovrebbe essere il modello ideale. Poi da zona a zona, da necessità a necessità, “elasticizzarlo” ed adattato in base alle necessità locali specifiche.
Per gli interventi e specifiche operazioni, che per le loro dimensioni e fenomenologia richiedano un intervento congiunto delle forze di polizia di Stato con le forze di polizia locale, si provvederà come nell’attualità, così come previsto dall’art. 3 della Legge 65/86.
Il nostro sistema farebbe sicuramente risparmiare risorse pubbliche e darebbe concreta efficienza ed efficacia al servizio, con sicura soddisfazione per i cittadini utenti, e restituendo la giusta e necessaria fiducia nella pubblica amministrazione, nelle istituzioni
e nei suoi rappresentanti.
|