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13 Giugno 2008
Il Mercato è saturo? Puntiamo sulla pasta di qualità

dalla rivista Pasta&Pastai di Massimo Andalini Presidente settore pasta di UnionAlimentari



L’Italia è al primo posto nella classifica mondiale dei produttori
e dei consumatori di pasta. Nonostante il mercato interno sia saturo,
dal punto di vista della domanda (con una penetrazione nelle famiglie che sfiora il 100%), maturo e concentrato da quello dell’offerta. Tale saturazione, devianza naturale di un mercato
da sempre fiorente, è la prima problematica che le industre
pastaie devono affrontare.
Soprattutto di piccole e medie dimensioni di cui il settore è intriso.


Un mercato che, tipicamente italiano, riflette le tipicità dell’economia italiana: essenzialmente piccole e medie industrie, molte di proprietà familiare, che faticano, per la gran parte, ad avere una visione internazionale e che, ancorate al mercato italiano,
si trovano in forte difficoltà. Dico oggigiorno proprio a causa del tanto noto rincaro delle materie prime e della semola, ingrediente principe della pasta e della fatica ad approvvigionarsene. Oltre che della mancanza a prediligere un approccio collaborativo piuttosto che individualistico, a disaggregare, cioè, i punti di vista piuttosto che fare riferimento ad un ente, ad un’associazione capace di agire come portavoce a livello nazionale degli interessi e delle problematiche comuni del settore.

Tali mancanze sono un forte freno per lo sviluppo, proprio perché ad oggi la vera leva per sopravvivere è rappresentata dall’export. Oltre che dall’innovazione. Un’innovazione che deve seguire la strada dell’incremento della qualità della pasta in termini di qualità intrinseca e di contenuto di servizio, non tanto del numero di referenze tradizionali.
Già abbastanza alto, quest’ultimo. È anche a fronte di tali mancanze, che siamo giunti ad una vera e propria svalutazione del prodotto pasta, almeno dal punto di vista percettivo.

Prova ne sono l’infedeltà alla marca e la corsa al primo prezzo che caratterizzano
il comportamento del consumatore odierno di pasta. Segnali, questi, che sminuiscono tutto il settore nonché l’operato di molte altre imprese, anche di piccole e grandi dimensioni, che sorrette da uomini di maggiore visione, investono in R&S, sviluppano contatti all’estero
e, diciamo, sono intraprendenti nei confronti del futuro.

E che dire, poi, dell’elevato tasso di concorrenza interna? Oggi sono concorrenti diretti non più solo i produttori di pasta tout court, bensì competitors prima indiretti vale a dire
i produttori di primi piatti pronti e la Grande distribuzione, prima solo partner commerciale.
Già, perché se i primi sono subentrati tra la rosa di attori che i pastifici devono costantemente monitorare per garantire le proprie quote di mercato, a seguito di un cambiamento di stili di vita e di consumo (trend dei pranzi veloci e fuori casa, del “ready meal”, ecc.), i secondi - la Gdo - sono subentrati sugli scaffali con la marca commerciale.
E questo ha portato ad una totale perdita di tradizione, d’identità del produttore. Pensiamo, ad esempio, al caso emblematico della Gran Bretagna dove il consumatore identifica ormai il prodotto con quello a marchio caratterizzato dal totale anonimato
del produttore.

Pur non volendo acuire un rapporto che deve inevitabilmente puntare ad una maggior capacità di dialogo, quello fra industria e distribuzione, fino ad ora, in Italia, abbiamo assistito ad una depauperazione della negoziazione e degli accordi commerciali che sta portando inevitabilmente le imprese a concentrare gli sforzi nell’export, alla ricerca di un’impostazione ed un rapporto diverso, certamente più flessibile, con il distributore.
Con l’obiettivo di garantire una sufficiente remunerazione per poter investire adeguatamente nella ricerca e nello sviluppo (nel senso più ampio del termine).
Se da un lato la negoziazione è per sua natura un aspetto critico va detto che, in Italia, ormai da anni ci sono enormi difficoltà per le Piccole medie imprese nel cercare
di sostenere il livello di cooperazione commerciale che la Grande distribuzione organizzata richiede per restare sugli scaffali.

Pertanto, a fronte di tali problematiche, quali sono le prospettive di rinascita e sviluppo per i piccoli e medi pastifici italiani? Come sopra accennato occorre una rivisitazione della vision aziendale, che contempli l’internazionalizzazione dell’azienda e l’investimento
in R&S come obiettivi prioritari. Investire nella qualità, nell’innovazione di prodotto e nella differenziazione dell’offerta. Diversificare i mercati di riferimento, puntando sull’estero soprattutto extraeuropeo e analizzare l’ambiente di riferimento.
Il tutto ancorato ad una politica strategica più che tattica.



 
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