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The Industry Of Pasta Goes Back To Beginnings

The industry of pasta goes back to beginnings

Mentre l’Unione frena sulle etichette d’origine, un decreto agevola le imprese che producono in proprio la maggior parte delle materie prime.

La produzione di pasta nel novero delle attività agricole connesse

Un decreto del ministero dell’Economia (in collaborazione con l’Agricoltura) il 13 febbraio 2015 ha inserito la produzione di pasta secca e fresca fra le “attività agricole connesse”. Significa, in breve, che un pastificio può essere considerato, anche fiscalmente, come un podere. “A un patto – fanno sapere dal ministero dell’Agricoltura – che chi produce pasta utilizzi, almeno per il 51% della produzione, grano cresciuto in terreni di proprietà o in affitto. E che le uova per la pasta fresca arrivino da pollai in affitto o in proprietà”.

Alcune aziende hanno colto così l’occasione e stanno passando al regime fiscale agricolo. La Campofilone, per esempio, o Pasta Mancini di Monte San Pietrangeli, entrambe in provincia di Fermo, nelle Marche. Tuttavia, conoscere il numero esatto delle imprese non è ora possibile perché non è necessario fare domanda. Basta scegliere il nuovo regime nella dichiarazione dei redditi di questo o del prossimo anno. Sarà poi l’Agenzia delle Entrate a verificare i requisiti.

Non solo vantaggi fiscali

Ci sono vantaggi fiscali (l’Ires, imposta sul reddito delle società, passerebbe ad esempio dal 35% al 5%) ma la scelta di diventare contadini ha anche altre motivazioni. Poter scrivere sul biglietto da visita “contadino” potrebbe essere, infatti, un valore aggiunto. “In un mondo dove tanti criticano le multinazionali che propongono cibi uguali in tutto il mondo – spiega Enzo Rossi de La Campofilone – poter dire: Ecco la mia filiera: queste sono le mie galline, questi i miei campi di grano, queste le donne che fanno la pasta, è senz’altro un vantaggio”.

La richiesta del 51% sarebbe – dicono al ministero dell’Agricoltura – uno sbarramento per chi vorrebbe vestirsi da contadino per pagare meno tasse. L’Agenzia delle Entrate verificherà attentamente ogni documento. L’obiettivo della norma è quello di promuovere la multifunzionalità delle aziende agricole consentendo un’integrazione al reddito attraverso una serie di attività non prevalenti e strettamente connesse a quella primaria.

Il decreto, inoltre, lancia un messaggio: non basta lavorare la terra, bisogna valorizzare i prodotti e trasformarli per arrivare poi direttamente sul mercato. E ci sono finanziamenti della Comunità europea fino a 50.000 euro per i giovani agricoltori che intendono cogliere l’occasione per fare impresa, per seminare il grano, produrre la pasta per offrirla direttamente nei negozi o nei ristoranti.

Dietrofront sulle etichette d’origine

Mentre i piccoli pastifici possono cogliere vantaggi puntando sulla filiera corta, l’Unione europea fa dietrofront sulle etichette d’origine. Per Bruxelles è preferibile l’indicazione della provenienza solo su base volontaria per quegli alimenti ancora rimasti fuori dall’obbligo già in vigore. Perciò, per latte e prodotti caseari, carni di cavallo e coniglio, ma anche per la pasta e la passata di pomodoro. Insomma, l’esecutivo Ue ritiene sia “preferibile” optare per una scelta volontaria, piuttosto che per un obbligo a livello comunitario.

I report della Commissione europea sono due. Uno sul latte, i prodotti a base di latte e le “carni minori”, rimaste fuori dalla legislazione europea già in vigore, cioè coniglio, cavallo e cacciagione. Il secondo, sui prodotti non trasformati, mono-ingrediente o che hanno un ingrediente che rappresenta oltre il 50% dell’alimento, come riso, pasta, conserve di pomodoro.

Secondo l’esecutivo Ue, l’etichettatura obbligatoria “comporterebbe costi operativi superiori ai benefici”. I consumatori europei, inoltre, non sembrerebbero disposti a pagare di più per le informazioni aggiuntive. Il rapporto suggerisce quindi che sul fronte dei costi “un’etichettatura volontaria è il modo più adeguato per andare avanti”. I rapporti della Commissione a questo punto saranno inviati all’Europarlamento e al Consiglio, per un’eventuale discussione in materia.

I consumatori italiani, invece, paiono non pensarla come quelli europei, dato che i risultati di una consultazione on line voluta dal Mipaaf ha evidenziato che noi preferiamo conoscere l’origine dei cibi (vedi Pasta&Pastai di maggio, ndr).

La reazione dell’Italia

Il parere Ue non è quindi piaciuto al nostro ministro all’Agricoltura. “Ci aspettavamo molto di più dalla Commissione europea – ha fatto sapere Maurizio Martina – faremo sentire la nostra voce nel Consiglio dei ministri dell’agricoltura Ue perché riteniamo fondamentale dare informazioni trasparenti al consumatore sulla provenienza delle materie prime. Il rapporto non ci soddisfa ma affronteremo con determinazione la questione tenendo conto delle risposte dei consumatori italiani alla nostra consultazione pubblica: 9 cittadini su 10 ci hanno chiesto di leggere chiaramente l’origine in etichetta”.

Bocciatura anche da parte di Paolo De Castro, coordinatore S&D della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo: “Noi siamo molto negativi nei confronti di questi due report perché vanno contro ciò che avevamo votato in Parlamento e in particolare in Commissione Agricoltura. Appena i rapporti arriveranno in aula all’Europarlamento faremo rumore e difenderemo la nostra linea. Noi siamo a favore dell’indicazione d’origine per garantire informazioni trasparenti al consumatore. In particolare avevamo approvato un documento sul mono-ingrediente proprio per tutelare le conserve alimentari. Del resto la Commissione conosce bene casi come quello dei pomodori provenienti dalla Cina, non mi spiego questa chiusura totale”.

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